Cecità

TITOLO: Cecità

AUTORE: José Saramago

EDITORE: Feltrinelli

GENERE: Fantascienza

TRAMA: Cecità. Assenza di vista, ma non solo.

Una strana epidemia porta alla cecità. Una malattia contagiosa, che colpisce sempre più persone. Non una cecità fatta di buio, ma di luce. Un bianco latteo, un bianco diffuso, un eterno sfondo di luce. Eppure non è migliore dell’oscurità.

Data la velocità del contagio, coloro che sono colpiti dall’epidemia vengono rinchiusi in un ex manicomio. Non c’è cura per loro, solo segregazione. E così quel luogo diviene specchio degli istinti più profondi, teatro di ciò che gli uomini possono fare se spaventati, se si sentono minacciati, se vedono in pericolo la propria sopravvivenza.

Un romanzo crudo, quello di Saramago, narrato con tutta la pacatezza e il distacco che servono per mettere in risalto la crudeltà umana, la sopraffazione, l’indifferenza e l’egoismo.

GIUDIZIO: Quello che colpisce subito, di questo romanzo, sin dalle prime parole, è lo stile.

Una punteggiatura creativa: molte virgole, sporadici punti, niente virgolette per i dialoghi. Un modo di raccontare ondivago: un po’ racconto, un po’ commento dell’autore. Sarcastico, a volte supponente, all’apparenza cinico. L’inizio è indicativo del tenore di tutto il romanzo:

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde.  La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno ad una zebra, eppure la chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi. C’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.

Quello che colpisce poi, invece, è che Cecità non è solo un romanzo: critica sociale, denuncia, approfondimento psicologico.

Per dirla diversamente, Cecità (o “Saggio sulla cecità”, come inizialmente intitolato) è una metafora. I personaggi del romanzo siamo tutti noi, che non diveniamo davvero ciechi, ma che ci lasciamo abbagliare da noi stessi, dalle aspirazioni, dai timori, dalle ragioni che pensiamo di avere e cessiamo di “vedere” gli altri.

Cieche, prima di tutto, sono le nostre anime. E così quelle dei personaggi. La paura improvvisa, atavica, irrefrenabile di perdere la vista è più forte della ragione, più forte dell’umanità stessa. Acceca, appunto. L’egoismo rende insensibili. I personaggi cessano di esistere come individui per indossare un ruolo: il primo cieco, il medico, la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il bambino con l’occhio strabico.

Cecità è un libro che invita a riflettere, che non può lasciare indifferenti. Una storia assurda, ma solo all’apparenza. Solo per chi non vuole vedere.