Il suono dei libri

Dopotutto, leggere non è una perdita di tempo.

Non l’ho mai pensato a dire il vero, ma gran parte delle persone sì. Me lo hanno fatto capire in molti modi, alcuni più espliciti di altri.

Posso permettermi altri svaghi, è vero, i soldi non mi mancano. E così loro vogliono farmi comprare una moto di grossa cilindrata. Le vibrazioni, dicono, sono pazzesche. Sentirei il motore rombare, il metallo surriscaldarsi e poi via, a tutta velocità.

Con il casco giusto potrei anche percepire il respiro violento del vento raschiarmi la pelle, tamburellare sulle mie guance e farmi frizzare gli occhi fino alle lacrime. Potrei sentire l’adrenalina che sciaguatta qua e là nel mio corpo, la paura che mi sconquassa lo stomaco, l’eccitazione che mi prende come una vertigine attorcigliata, all’altezza del plesso solare.

Oppure, se ho gusti più tranquilli, dicono che farei bene ad andarmene al mare. A mangiare pesce crudo, molliccio e viscido, e a bere vini bianchi. Quelli frizzantini, che ti ribollono in bocca e ti pizzicano la gola. Quelli paglierini, quasi bianchi, che ci puoi vedere attraverso.

I miei amici ne sarebbero contenti. Mi farebbero volentieri compagnia, sdraiati sulla spiaggia con la schiena unticcia per la troppa crema solare o tutti sudati, a prendere a calci un pallone ruvido di sabbia.

Il suono della risacca come accompagnamento melodico alle loro fatiche. Ciaf, ciaf, ciaf.

Ma queste cose non mi interessano. Esattamente come il cinema o l’opera. Questo, loro, non lo vogliono proprio capire, per quanto mi sforzi a spiegarglielo. Preferisco un libro. Sì, avete capito bene.

Tutti pensano che a piacermi tanto sia il contatto con la carta porosa, l’odore di cellulosa e tè – si perché quando leggo bevo, tè verde di solito ma anche camomilla – la possibilità di perdermi nelle lusinghe croccanti dell’immaginazione; non ci sono colonne sonore, cigolii artefatti né dialoghi melodrammatici a indirizzare i miei pensieri.

Ma non è questo. È il contrario. I libri mi piacciono proprio per i loro suoni. Sì, io non mi limito a leggerli, li ascolto. Percepisco i sospiri dei personaggi, il sibilo del loro fiato trattenuto, il cupo rintocco del battito cardiaco.

Non è la fantasia, è verità. Io sento tutti quei rumori, le loro vibrazioni.

il fragrante crepitio delle pagine quando le giro, le voci gracili e quelle baritonali dei vari personaggi. Io vedo e sento tutto, ogni minimo dettaglio. Anche il frusciare soffuso del fard in polvere, spalmato sulle gote della protagonista, o il sibilare un po’ metallico della zip dei suoi jeans.

Ogni capitolo è un concerto. E se pure io non sono il maestro d’orchestra, occupo sempre il posto che prediligo: quello in prima fila.

Io e il mio tè, ovviamente.

Sfogliando quelle pagine ingiallite – o anche bianche, certo, la biblioteca di casa mia odora di muffa e tabacco, ma contiene anche libri di questo secolo, dalle copertine colorate ed i titoli scritti con font accattivanti – io mi perdo nel ciuf ciuf del treno di inizio secolo, nel suo vaporoso sbuffo bianco.

In quelle parole fatte d’inchiostro io sento il borbottio sibilante della macchinetta del caffè, il trillio di una tazzina di porcellana a contatto con il cucchiaino. La fragranza sorda del biscotto che si spezza. Stac.

Lo so, lo so, sono particolari inutili per la maggior parte di voi. Suoni che nessuno ascolta.

Dite di no? Bene, vi sfido a dirmi qual è l’esatto suono emesso dalla barba di un uomo quando viene sfregata contro una maglietta. È giusto se lo definisco un raspio? In ogni caso è solo una parola, non sapreste davvero immaginarvelo, né sapreste udirlo con la forza dei soli ricordi.

Beh, nemmeno io, però ci provo. E forse non sarà il vero suono, ma nella mia testa sento qualcosa. Un frrrr, frrrr, appena accennato, che per udirlo devi appoggiare la testa lì vicino.

Vedete, voi che potreste, sentite a mala pena le vostre voci che chiacchierano, mentre guidate, figuriamoci le note della canzone alla radio, il frollio continuo del motore, il cigolio del seggiolino, il fruscio del vento che sbatte nel finestrino e viene risucchiato dalla velocità dell’auto, fino a perdersi nella sua scia.

Io invece non voglio perdermi proprio nulla. E allora leggo. Imparo, cerco di raccogliere più informazioni che posso. Odio le espressioni come chiudere la porta, dire, ascoltare la radio. Perché sono immagini mute, che non mi parlano, che non mi svelano i suoni di quelle azioni. Mi lasciano qui, da solo.

Ma ce ne sono altre, invece, che mi affascinano: la voce stridula, per esempio, che associo chissà perché al volto scavato di mia madre, persino leggermente rugoso tanto che quando lo sfioro penso sempre a quanto si faccia ogni giorno più ruvido, quasi il suo corpo si stesse lentamente prosciugando; o il gorgogliare dell’acqua, l’acciottolio della ghiaia, lo sbattere della porta. Suoni specifici, parole onomatopeiche, capaci di guidarmi, di farmi immaginare.

Per anni io ho voluto essere come voi, ma adesso non più, adesso ho capito perché sono diverso. E non mi riferisco alla risposta ovvia. Il destino ha voluto che io fossi così come sono per farmi capire l’importanza dei particolari, per non farmi perdere niente della vita.

Niente tranne l’ovvio, come dicevo.

Sì, io sono sordo, lo avrete capito. Lo sono da quando avevo cinque anni. E, secondo i medici, non c’è cura alla mia malattia. Ma si sbagliano. Io, nei libri, ho trovato il suono di quei suoni, il rumore di quei rumori. Io, nei libri, ho ritrovato la vita.