Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

TITOLO: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

AUTORE: Raymond Carver

EDITORE: Einaudi Super ET

GENERE: Raccolta di racconti

TRAMA: Non è facile parlare di trama, visto che il libro è una raccolta di racconti e non un romanzo. Senza dubbio, però, c’è un filo conduttore che lega tutte le storie: l’impossibilità di un contatto profondo tra due esseri umani. L’amore come ideale, che stride però come unghie sulla lavagna quando questo ideale viene calato nella realtà della vita quotidiana. Incomunicabilità, amarezza, alienazione. Questi i temi principali. E l’ambientazione, il set in cui queste storie sono girate, è la vita di tutti i giorni, la gente di tutti i giorni. Né troppo poveri, né troppo ricchi. Gente comune, storie comuni, situazioni comuni. Finali tronchi, amari. Dove nulla si risolve, nulla si scioglie. Carver – con i suoi personaggi, con le sue narrazioni – non vuole dare risposte, solo mostrare le dinamiche di molti rapporti: superficiali, inconsistenti, distanti, inconciliabili; e attraverso questo mostrare, far riflettere. L’assenza di risposte preconfezionate dall’autore e pronte all’uso, è una scelta stilistica chiara. Al lettore il compito di ricercare le proprie verità, le proprie medicine contro la solitudine e la difficoltà di comunicare con gli altri.

GIUDIZIO: I racconti che compongono Di cosa parliamo quando parliamo d’amore sono vari, ma tutti hanno un finale che potremmo chiamare ‘aperto’. Per Carver ciò che conta non è finire la storia, anzi. Troncare il racconto, senza averlo ben definito, è lo strumento con cui asseconda il suo desiderio di trasmettere il disagio dei suoi personaggi. Uomini e donne deboli, spesso rifugiatisi nell’alcol. Uomini e donne che vivono il dolore, che lo somatizzano, fino a diventare patologici. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è una raccolta cruda, non lineare, cinica e persino spiazzante. All’inizio, se non si conosce l’autore, ci si perde nel singolo racconto e si rimane sorpresi dall’inconcludenza di alcune storie, poi – quando si comincia a percepire la visione d’insieme – si inizia ad apprezzare la denuncia forte, ma mai volgare, che Carver rivolge ai rapporti interpersonali che le persone instaurano tra di loro. La sua prosa, però, non è mai accusatoria, mai giudicante, neanche quando descrive atti moralmente deprecabili. È come se Carver in quegli uomini deboli, che non sanno affrontare le difficoltà, ci si riconoscesse. A differenza loro, però, si rende perfettamente conto di ciò che non va in quella debolezza. E il peso di questa consapevolezza lo rende cinico, quasi rassegnato, come la sua prosa cruda e asciutta, che non è fatta per spiegare, ma solo per raccontare.