Dicono di me

Luigi Pratesi, Le malelingue

 
Il romanzo giallo costituisce, a detta di molti critici, il nuovo “romanzo sociale” della fine del XX secolo e dell’inizio di quello successivo. Qualche studioso – penso in particolare a Valerio Evangelisti – lo ha perfino accostato al grande realismo ottocentesco, rappresentato da Stendhal, Balzac, Tolstoj, per la capacità che possiede di raccontare il tempo presente, con i suoi problemi, le sue contraddizioni, le sue tensioni. E in effetti, se guardiamo alla produzione di un Camilleri e di un Lucarelli, tale accostamento pare possedere una sua legittimità. D’altra parte, il grande successo di pubblico del genere giallo (e del noir) si spiega non solo perché esso consente di parlare della società nel suo complesso, non poche volte criticamente, ma anche perché la risoluzione del caso poliziesco, la corretta lettura delle tracce, la comparazione degli indizi, l’individuazione dei rapporti di causa-effetto, insomma, la scoperta della verità, dà l’illusione al lettore che un ordine e una logica il mondo deve pure possederli, anzi li possiede sicuramente.

E per chi è quotidianamente spinto, dalla violenza e dall’illogicità di quanto avviene accanto e intorno a lui, a dubitare dell’esistenza di una qualche “ratio”, già questa illusione appare salutare o, se non altro, confortante. Vero è che il genere giallo possiede un’ulteriore caratteristica: il legame fortissimo tra lo scrittore e la realtà cittadina o regionale che fa da sfondo alle vicende narrate. Se basta il nome di Simenon, infatti, per fare pensare a Parigi (i boulevard, Montmartre, Pigalle, i bassifondi del Marais), analogamente quello di Camilleri rimanda alla Sicilia, quello di Lucarelli a Bologna: parlare di ciò che si conosce per esperienza diretta è la prima regola che deve seguire chi, indipendentemente dal genere letterario praticato, abbia come scopo ultimo quello di raffigurare la realtà storica e la realtà sociale.

E’ quanto ha scelto di fare anche Luigi Pratesi col suo romanzo d’esordio “Le malelingue”, edito da Betti, incentrato sulla risoluzione di un caso che sconvolge la tranquillità di Buonconvento, e rappresentato dalla morte di una giovane ragazza, Sara Sella, investita da un’automobile nera, il cui conducente, dopo l’impatto, non si è fermato a prestare soccorso, ma ha preferito darsi alla fuga. E proprio Buonconvento, raffigurata sia nella sua contemporaneità sia nella sua profondità storica, campeggia già nelle pagine iniziali, dalle quali è tratto il passo che segue.

Buonconvento rappresentava la sua casa, la sua infanzia e gran parte della sua vita da adulta: fissarlo immortalato in quel passato senza tempo le dava un inspiegabile senso di pace … Era solo un piccolo borgo medievale, uno dei tanti in provincia di Siena, ma per Maria era molto di più: era il mondo in cui aveva scelto di vivere. Sebbene non fosse una grande metropoli, anche Buonconvento aveva avuto i suoi momenti di “gloria”, per esempio, il fatto che fra le sue mura fosse morto un personaggio famoso. Non un cantante o un attore qualunque, nientemeno che un imperatore! Eh sì, era proprio così. In un agglomerato di quattro case chiamato Serravalle, vicino al piccolissimo paesello di Ponte d’Arbia e nei pressi del ben più grande Buonconvento – tra tutti e tre i paesi la popolazione non superava le diecimila anime! – il 24 agosto 1313 era morto Enrico VII di Lussemburgo, meglio noto come l’Arrigo VII della “Divina Commedia”. Il decesso, pace alla nobile anima sua, era avvenuto per colpa di un’ostia avvelenata e quindi, siccome o suoi antenati erano dotati di spirito e autoironia, il paese era stato chiamato “Buon Convento” … ma cattivi frati. La vera storia poteva essere molto diversa da quella che raccontavano le leggende, ma a Maria piaceva immaginarsi quei frati vestiti di nero, spaventati, aggirarsi furtivi nel convento per avvelenare le ostie dell’imperatore. Siccome la realtà, di solito, finiva sempre per essere banale, non ci vedeva niente di male nell’abbellirla un po”.

a cura di Francesco Ricci

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